Danae (Tiziano Vecellio)
Il singolare ingravidamento di Danae, figlia di Acrisio, re di Argo, da parte di Giove trasformato in pioggia d’oro, è stato rappresentato da più artisti nel corso del quattro-Cinquecento. Lo stesso Tiziano esegue nel corso degli anni più versioni di questo stesso soggetto. In questa, la prima, conservata a Napoli, al Museo nazionale di Capodimonte, Tiziano dipinge una Danae in completo abbandono e soddisfazione.
La postura della Danae, con un braccio vicino al corpo e l’altro piegato lontano, richiama in modo chiaro la Leda di Michelangelo – dipinto ormai perduto e di cui rimangono solo copie ed incisioni – che sembra essere il primo modello della tela. In questa composizione è presente un Cupido che impedisce alla nutrice di raccogliere la pioggia per impedire la fecondazione. L’opera era sicuramente nota a Tiziano grazie a una copia portata a Venezia da Vasari nel 1541.
Un altro modello michelangiolesco è sicuramente la Notte, eseguita per la tomba di Giuliano de’ Medici duca di Nemours nella Sagrestia Nuova a Firenze nel 1531. Si noti, in entrambe le opere, la postura frontale della parte superiore del tronco, con le gambe invece quasi di profilo.
Altri modelli del dipinto, sono la Venere di Urbino e il nudo in primo piano del Baccanale degli Andrii dello stesso Tiziano, la Venere di Dresda di Giorgione, la figura di Mercurio ne Il festino degli dei di Bellini e opere contemporanee di stesso soggetto, come la Danae di Correggio.
In seguito ritroveremo il tonalismo di Tiziano, coi suoi delicati giochi di luce, nello stesso soggetto trattato da Rembrandt e in uno simile da Van Dyck.
Dall’opera, comunque, Tiziano trasse un cartone che utilizzò per almeno ben sei versioni[3], dato il gran successo che ebbe il quadro, giudicato eroticamente molto stimolante: la Danae veniva replicata ogni volta con piccole varianti, ora col Cupido ora con la custode, ora la pioggia ora lampi e fulmini, ora col cagnolino ora senza, ora col lenzuolo ora senza. Ogni cliente riceveva così una diversa versione. Dopo questa di Roma oggi a Napoli fu la volta di Filippo II (versione al Prado), poi una versione[4] che nel Seicento apparteneva al Cardinale Montalto e poi donata all’Imperatore Rodolfo II (oggi a Vienna); un’altra si trova a San Pietroburgo, e così via.
